Uffizi

"Andy Warhol fotografato da Aurelio Amendola. New York 1977 e 1986"

5 marzo - 10 aprile 2016

Si è inaugurata il 5 marzo nella Sala del Camino al Piano Nobile degli Uffizi, la mostra dal titolo “Andy Warhol fotografato da Aurelio Amendola. New York 1977 e 1986”. In tutto si tratta dell’esposizione di 10 immagini - frutto di due diversi “incontri” nella Factory della Grande Mela, tra il fotografo pistoiese di fama internazionale e l’artista simbolo della Pop Art – otto a colori e due in bianco/nero. Proprio due di queste fotografie, una scattata nel 1977 e l’altra nel 1986 pochi mesi prima della scomparsa dell’artista, saranno donate da Amendola al museo fiorentino e, praticamente, segneranno l’ingresso di Andy Warhol agli Uffizi.

“Con le donazioni dei ritratti di Warhol . – afferma il Direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt - vengono significativamente incrementate due sezioni delle Gallerie: quella dell’arte del ventesimo secolo, e quello dei ritratti di artisti eseguiti da altri artisti, un genere questo strettamente connesso a quello dell’autoritratto vero e proprio, di cui gli Uffizi hanno la collezione più antica e più grande al mondo”.

Le fotografie per la donazione sono state scelte da Antonio Natali con queste motivazioni:

-       la prima fotografia, del 1986, è di grande impatto emozionale. Non sempre può risultare grata l’enfasi nei contrasti luministici delle foto in bianco/nero; però in quest’effigie il forte sbattimento d’ombra, che preclude all’occhio metà del viso di Andy Warhol e affonda nel buio la scultura lignea che gli sta dietro, ha la virtù di sciogliere nel riguardante, col dramma dei sensi, il gelo di un’indifferenza che, verisimilmente innata, si tempra e s’indurisce nell’accettazione impassibile d’un male senza cura;

-       la seconda fotografia, del 1977 ritrae Warhol che, pur sempre immoto nel volto, si porta all’orecchio il telefono e la bocca si schiude alla parola, s’intravede, nello specchio che gli si drizza alle spalle, la nebbia di un’immagine. È la sagoma di Aurelio Amendola che se ne sta un poco incurvato in avanti a sogguardare il piccolo vetro dell’Hasselblad avvitata sul cavalletto. La foto serba dunque memoria delle fattezze d’entrambi gli artisti nel loro incontro newyorkese del 1977: terse, quelle del protagonista; velate, quelle del fotografo. Memoria che l’aura storica della Galleria fiorentina ora nobilita.

Accompagnata dal catalogo edito da FMR, l'esposizione resterà aperta fino al 10 aprile 2016 e sarà visitabile dal martedì alla domenica, dalle 8.15 alle 18.50, con il biglietto d'accesso alla Galleria degli Uffizi.

"Fece di scoltura di legname e colorì" - La scultura del Quattrocento in legno dipinto a Firenze

Galleria degli Uffizi

22 marzo - 28 agosto | Galleria delle Statue e delle Pitture degli Uffizi - Eventi

mostra uffizi legnamiLa Galleria delle Statue e delle Pitture degli Uffizi ospita dal 21 marzo al 28 agosto 2016 un'esposizione temporanea che propone per la prima volta al pubblico, attraverso un nucleo di circa cinquanta opere, la scultura in legno dipinto del Quattrocento fiorentino, un tema studiato con passione da Margrit Lisner e da Alessandro Parronchi, ma ancora di nicchia e noto quasi solo agli addetti ai lavori, seppure costellato di opere di grande valore artistico.
Nella Firenze del Quattrocento la scultura dipinta, in linea col primato artistico della scultura, costituiva un imprescindibile modello espressivo per tutti gli artisti. In particolare, il tema del corpo sofferente sulla croce, modellato con un nuovo sentito naturalismo nei crocifissi di Donatello e Brunelleschi, fu oggetto di riferimento per l'attività delle generazioni successive di artisti.
Accanto alla qualificata produzione di crocifissi, si intagliarono anche statue della Madonna, di sante e santi eremiti dai corpi tormentati o preservati dal dolore, busti-ritratto, statue al centro di polittici misti e statue per l’arredo liturgico. 
Donatello e Brunelleschi dipingevano, presumibilmente, oltre che modellare le loro opere, poiché la policromia costituiva insieme all'intaglio un elemento essenziale per il raggiungimento di quel naturalismo integrale che perseguivano nelle loro opere. Tra queste ricordiamo i superbi Crocifissi di Santa Croce e Santa Maria Novella.
Numerosi scultori invece per dipingere le loro opere si rivolgevano ai pittori. Neri di Bicci, che aveva a Firenze una bottega avviata in via Porta Rossa, fu uno tra i pittori più richiesti per lo scopo: dipinse busti intagliati da Desiderio da Settignano e crocifissi da Benedetto da Maiano; con un monaco-scultore, don Romualdo da Candeli, il pittore intrattenne un rapporto di stretta collaborazione, descritto nelle sue ‘Ricordanze’, ed attestato dalla Maddalena al Museo della Collegiata di Sant'Andrea a Empoli, presente in mostra. 
Proprio la "Maddalena", in virtù di quella eseguita da Donatello (Museo dell'Opera del Duomo, Firenze), costituì un tema prediletto dagli scultori, come attestano in mostra l’avvenente "Maddalena" di Desiderio da Settignano della chiesa di Santa Trinita, terminata da Giovanni d’Andrea, un allievo del Verrocchio, e quella di Francesco da Sangallo del Museo Diocesano di Santo Stefano al Ponte. Proprio la Maddalena di Santa Trinita è un esempio di quel polimaterismo che, adottato da Donatello per la sua Maddalena, venne poi recuperato, nei suoi valori tecnico - espressivi, da Pollaiolo e da Verrocchio: la statua, ricordata da Vasari come "bella quanto più dir si possa", non è infatti eseguita esclusivamente in legno, poiché ricavata da un tronco di salice, ma con la parte posteriore in sughero e i capelli modellati in gesso.
La mostra illustra inoltre come nell’ultimo quarto del Quattrocento alcune grandi botteghe a conduzione familiare, sollecitate dalle richieste del mercato artistico, si fossero specializzate nella realizzazione di crocifissi e non solo per le chiese, bensì destinati anche alla devozione privata e conventuale. Tale produzione fu predominante tra gli esponenti della più alta tradizione dell’intaglio ligneo fiorentino: i fratelli Giuliano e Benedetto da Maiano, i Sangallo - Giuliano, Antonio il Vecchio e Francesco -, i Del Tasso - Francesco e Leonardo - e Baccio da Montelupo. In mostra si segnalano in particolare per qualità il Crocifisso della SS. Annunziata di Firenze di Giuliano da Sangallo, quello del Museo Civico di San Gimignano di Benedetto da Maiano dipinto dal pittore Cosimo Rosselli e l'esemplare del Convento di San Marco di Baccio da Montelupo, già appartenuto a Savonarola.

Il "Tondo Doni", che fa parte del circuito della mostra, è uno fra i più famosi episodi di collaborazione tra pittore, Michelangelo, e un esponente della più alta tradizione dell'intaglio ligneo fiorentino, Francesco del Tasso, che eseguì la cornice con grottesche, fantasiosi racemi e protomi umane, quasi sicuramente su disegno dello stesso Michelangelo.
Un'altra occasione di stretta collaborazione tra pittori e scultori scaturiva dalla realizzazione dei polittici misti: grandi altari con al centro una statua in legno e pannelli laterali dipinti. La bellezza di queste scenografiche composizioni, che spiccavano nello spazio liturgico, è attestata in mostra dal "Sant'Antonio Abate" (Museo Nazionale di Villa Guinigi, Lucca), parte centrale dello smembrato polittico Bernardi e opera di Benedetto da Maiano, originariamente affiancata da due tavole di Filippino Lippi raffiguranti ciascuna due Santi (oggi al Norton Simon Museum di Pasadena) e dal "Tabernacolo di San Sebastiano" (chiesa di Sant’Ambrogio, Firenze) intagliato da Leonardo del Tasso e dipinto dallo stesso Filippino Lippi. 
In questo racconto della scultura in legno dipinto si dà conto anche delle presenze "straniere" a Firenze. Nel 1457 è documentato in città il misterioso scultore Giovanni Teutonico, un artista itinerante - autore in città di alcuni lavori tra i quali il Crocifisso, in mostra, della chiesa di Sant’Jacopo Soprarno -, che veicolò esperienze d’oltralpe in Italia, nel segno di un naturalismo volto ad una cruda, teatrale, resa espressiva del dramma umano, diverso da quello donatelliano, comunque ispirato ad una veridica, condivisa umanità. 
Presente in mostra anche il "San Rocco" della Santissima Annunziata di Veit Stoss, un altro apprezzato scultore d’oltralpe che venne salutato da Vasari come «miracolo di legno (…) senza alcuna coperta di colore». Nel pensiero classicista cinquecentesco, la scultura lignea era infatti chiamata a esibire il materiale e non più ricoprirlo con la policromia.

Con questa esposizione «grazie a nuovi studi o per via di fortuiti ritrovamenti, statue meravigliose sono liberate da una segregazione secolare nel buio delle cappelle, altre rivestono nuovi panni dopo restauri accurati, altre ancora trovano una più consona collocazione attributiva. Si scopre che la scultura toscana era molto più cosmopolita di quanto si pensi: assorbiva le migliori novità d’oltralpe e iberiche, prendeva a prestito gli ornati dall’oreficeria francese. Nella mostra, come nel catalogo a corredo, le opere possono di nuovo dialogare in una realtà viva: e pare quasi di avvertire, a mezzo millennio di distanza, i rumori di subbie, di scalpelli, di pestelli nei mortai, le voci dei garzoni che portano i sacchi di gesso, macinano i pigmenti, mettono in ordine la bottega, si sentono in sottofondo gli ordini dei maestri – tutta la febbrile, mirabile, operosa, creativa esistenza delle botteghe del Rinascimento». (Eike D. Schmidt).

La mostra a cura, come il catalogo edito da Giunti, di Alfredo Bellandi, è promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo con le Gallerie degli Uffizi, la Galleria delle Statue e delle Pitture degli Uffizi e Firenze Musei.

"La Razza Umana" di Oliviero Toscani: la donazione dell'Autoritratto e la nuova tappa del progetto

Sala del Camino degli Uffizi

7 settembre - 9 ottobre 2016 | Sala del Camino degli Uffizi - Eventi

“Da oggi la collezione degli Uffizi – ha detto il Direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt – si arricchisce di una nuova opera, l’Autoritratto di Oliviero Toscani, personalità dissacrante, che si inserisce nella tradizione dell’autoritratto con la smorfia, un tipo di cui agli Uffizi eravamo carenti”.

L'Autoritratto fa parte di una nuova tappa del progetto di Toscani, dal titolo "La razza umana - La coesistenza delle differenze".

PROGETTO "RAZZA UMANA"

La coesistenza delle differenze

La storia dell’arte ci ha abituato a considerare la sua produzione come una pratica soggettiva dell’occhio che piega a propria immagine e somiglianza il reale mediante gli attrezzi del linguaggio. L’immagine è sempre la conseguenza di una piega, di una torsione dell’occhio intorno al proprio campo visivo, di un movimento irrimediabilmente soggettivo e affettivo.

La fotografia invece ha introdotto un procedimento anaffettivo, una mentalità che sembra meglio fare il calcolo delle cose e strappare alla realtà la pelle. Un luogo comune assegna alla fotografia il luogo di una crudele oggettività, il senso di una pratica chirurgica che seziona, taglia e preleva il dettaglio dalla rete di relazioni con il mondo.

La distribuzione dei ruoli assegna quindi all’artista il posto dello sguardo eccentrico ed al fotografo quello dello sguardo statistico, all’arte il privilegio di assecondare la malattia della soggettività e alla fotografia il compito di sviluppare l’impossibile atteggiamento dell’impassibilità e della neutralità.

Oliviero Toscani pratica da molti anni una tangenza con il mondo dell’arte e degli artisti, capovolge questo luogo comune e introduce nell’ambito dell’immagine la torsione tipica dell’anamorfosi che appartiene alla storia della pittura, adoperando rigorosamente gli strumenti del linguaggio fotografico…

Nella “razza umana”, una galleria infinita di ritratti di varia ed anonima umanità, la fotografia non è casuale e istantanea, non è il risultato di un raddoppiamento elementare, bensì di una messa in posa che complica e rende ambigua la realtà da cui parte...

Oliviero Toscani  opera attraverso la messa a punto di momenti operativi molteplici, secondo il progetto di una scena che va prima costruita e poi fermata dall’occhio fotografico...

Finalmente la fotografia assume l’artificio di preordinare la realtà e di cogliere l’evento senza sorpresa e improvvisazione, ma con l’attesa di un’immagine che rispecchia affettivamente una visione soggettiva...

Nella "razza umana" la fotografia è conoscenza e nello stesso tempo perdita, condizione ambivalente tra senso delle cose e d’impossibilità di riprodurle linguisticamente. Da qui l’adozione iconica delle cose… La consapevolezza di una necessità che aiuta ad avere uno sguardo ossessivo sul mondo e nello stesso tempo l’impedimento di un attraversamento totale della materia e del suo spessore.

Uno sguardo stoico domina qui la visione che utilizza i modi convenzionali dello sguardo per mettere in scena l’essere tra le cose e con le cose.

Oliviero Toscani nella razza umana costruisce le sue camere dello sguardo, macchine da fermo, di uno sguardo dall’alto onnipotente ed infantile capace di dominare grandi territori dove la vita pulsa nei suoi particolari e dettagli. Tali caratteri diventano la struttura visiva di un sistema astratto eppure concreto del vedere, analisi descrittiva e sintetica per qualità di uno spazio concentrato dentro i confini di una visione labirintica e nello stesso tempo familiare.

Il fotografo adopera la stessa civile ipocrisia, utilizza materiali e convenzioni che rappresentano e nello stesso tempo negano la rappresentazione tra astrazione e figurazione. Oscilla liberamente con piacere e dolore costruendo immagini presenti ed allusive vicine ed anche distanti…

Abitare il mondo, ecco il desiderio che occupa la camera dello sguardo attrezzata da Oliviero Toscani…

Il linguaggio di Oliviero Toscani parla la terza persona della forma che crea una condizione… di solidarietà ma anche di impenetrabilità…

In definitiva la “razza umana” è frutto di un soggetto collettivo, lo studio di Oliviero Toscani inviato speciale nella realtà della omologazione e della globalizzazione. Con la sua ottica frontale ci consegna una infinita galleria di ritratti che confermano il ruolo dell’arte e della fotografia: rappresentare un valore che è quello della coesistenza delle differenze.

Scoperte e massacri. Ardengo Soffici e le avanguardie a Firenze

Gli Uffizi

27 settembre 2016 - 8 gennaio 2017 | Uffizi - Eventi

Soffici 2La donazione di un autoritratto di Ardengo Soffici, da parte degli eredi del grande artista ed intellettuale toscano, agli Uffizi (Ardengo Soffici, Autoritratto, 1949, Firenze, Galleria degli Uffizi), ha stimolato l'idea di una mostra su questa figura di pittore, scrittore, polemista e critico d'arte, puntando l'attenzione in particolare sugli anni che lo videro assumere un ruolo di assoluto protagonista nell'aggiornamento della cultura figurativa italiana. E' infatti da tempo riconosciuto che gli scritti di Soffici pubblicati tra il primo e il secondo decennio del Novecento e le iniziative culturali da lui sostenute e organizzate (come la Prima Mostra italiana dell'Impressionismo allestita a Firenze nel 1910) costituirono un momento decisivo per lo svecchiamento e il rinnovamento dell'arte in Italia.

"Non si è tracciata, dunque, una semplice ricostruzione monografica del maestro di Rignano sull’Arno, ma si è andati oltre ricostruendone il discorso polemico e l’impegno intellettuale attraverso opere su cui egli aveva appuntato la sua attenzione, tra le più significative – sia in senso positivo che negativo – di una requisitoria che non conosceva mezzi termini, ma anzi si esprimeva sempre in toni fortissimi e decisivi" (Eike D. Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi).

Questa mostra su Soffici ha trovato una guida nel suo libro memorabile Scoperte e massacri. Scritti sull'arte, edito a Firenze da Attilio Vallecchi nel marzo del 1919, che raccoglie una scelta dei testi storico artistici pubblicati, per lo più su “La Voce”, a partire dal 1908. Alla data cruciale del 1919, appena conclusa la Grande Guerra, Scoperte e massacri si presenta come un vero e proprio spartiacque tra due epoche: quella delle avanguardie europee e quella del “ritorno all'ordine”.

La mostra degli Uffizi si aprirà con una rievocazione di un evento decisivo non solo per il giovane Soffici, ma per l'intera cultura fiorentina, la Festa dell'Arte e dei Fiori (18 dicembre 1896 - 31 marzo 1897). A 17 anni Soffici ha modo di visitare varie volte questo grande consuntivo di cinquant'anni d'arte italiana e europea: una mostra nata sotto l'ala protettiva del mito di Botticelli, come dichiarato esplicitamente dal manifesto di Attilio Formilli, con una Flora ispirata alla Primavera degli Uffizi visibile in apertura della mostra. Soffici adolescente risulta colpito, nel bene e nel male, da varie opere, “ma la vera rivelazione in quella mostra fu per me Segantini” testimoniato da L'angelo della vita (1894-95), prestigioso prestito dal Szépművészeti Múzeum di Budapest.

Nel 1900 Soffici, ventenne, è a Parigi in compagnia di Giovanni Costetti e Umberto Brunelleschi per visitare l'Esposizione Universale: la capitale francese viene sentita come l'unico luogo dove un giovane artista, liberandosi dalla soffocante provincia, può trovare un contatto con la modernità più bruciante e avventurosa. I primi anni parigini, vissuti nell'ambiente delle riviste mondane e umoristiche, si collocano ancora entro una sfera simbolista: i suoi modelli di stile rimangono Puvis de Chavannes (Puvis de Chavannes, Le fanciulle e la Morte, 1872, Williamstown, Mass., Sterling and Francine Clark Art Institute)  e Maurice Denis (Maurice Denis, I pellegrini di Emmaus, 1894-95, Saint-Germain-en-Laye, Musée départemental Maurice Denis), come testimoniato dal Bagno (1905 - 1906, collezione privata), l'unico pannello decorativo sopravvissuto tra quelli realizzati tra il 1905 e il 1906 per il Grand Hotel delle Terme di Roncegno. A partire dal 1904 comincia tuttavia a maturare in Soffici un primo interesse per le novità degli impressionisti e dei postimpressionisti, con la scoperta al Salon d'Automne delle opere di Paul Cézanne e di Medardo Rosso.

Frutto precoce del lungo periodo trascorso da Soffici a Parigi è il celebre saggio su Cézanne pubblicato su “Vita d'Arte” nel giugno del 1908, il primo studio organico apparso in Italia sull'artista: Cézanne non è più, come nel 1904, un protagonista del gruppo impressionista, ma ora, all'interno di una rilettura primitivista che ne accentua l'assoluta modernità, è diventato il superatore dell'impressionismo e il precursore di Picasso come attesta il dipinto, Paesaggio (Campagnes de Bellevue) del 1885-87 (Washington DC, The Phillips Collection).

L'occasione di massacrare senza pietà tutta la “bella pittura” che trionfava nei salotti borghesi e nelle grandi esposizioni internazionali, offerta dalle recensioni delle Biennali veneziane del 1909 e del 1910, si collega alla possibilità di poter assistere alle celebri retrospettive di Courbet e Renoir, ricordate anche dal giovane Roberto Longhi come una vera e propria “liberazione” (Gustave Courbet, Il ponte dell'asino di (1864, New Haven, Yale University Art Gallery).

La fondamentale “Prima esposizione italiana dell'impressionismo francese e delle scolture di Medardo Rosso”, aperta a  Firenze nei locali del Lyceum Club in via Ricasoli dal 20 aprile al 15 maggio 1910, fu organizzata da Soffici ricorrendo ai principali mercanti parigini e ad alcuni illuminati collezionisti fiorentini: tra le opere esposte (con dipinti di Cézanne, Degas, Renoir, Monet, Pissarro, Gauguin, Van Gogh) spiccava l'antologia di 17 sculture di Medardo Rosso, presentato compiutamente per la prima volta al pubblico italiano; dello scultore si espone in mostra per l'occasione l'Ecce puer, (1906, Venezia, Galleria internazionale d'Arte moderna di Ca' Pesaro).

La passione per la pittura di Henri Rousseau, fomentata dalla riscoperta che gli ambienti dell'avanguardia parigina avevano attuato di quel linguaggio apparentemente così incolto ed infantile e divulgata da un coraggioso saggio apparso su “La Voce” nel settembre del 1910, si collega, nel sistema critico di Soffici con la rivalutazione di quei prodotti di arte popolare (“teloni da saltimbanco, vecchi parafuoco, insegne di latterie, di alberghi, di barbieri, di semplicisti...”) che da tempo lo affascinavano: una “stramba galleria” che, nella memoria del critico, aveva preso il posto addirittura della Tribuna degli Uffizi (Ardengo Soffici, Natura morta (d’après Rousseau), 1939, collezione privata).

Frutto dei nuovi soggiorni parigini effettuati da Soffici tra il 1910 e il 1911, è l'importante saggio su Picasso di cui si espone Pipa, bicchiere, bottiglia di Vieux Marc (e “Lacerba”) (1914, Venezia, Peggy Guggenheim Collection) e George Braque (in mostra con Natura morta con chitarra, 1912, Milano, Museo del Novecento) pubblicato nell'agosto del 1911 su “La Voce”: il testo, previsto in origine con tre illustrazioni, uscì senza corredo fotografico, per l'opposizione di un inorridito Prezzolini (“se pubblichiamo quella roba lì, non ci facciamo credere più da nessuno”), e, pur costituendo una delle sue scoperte più originali, venne esclusa, nel nuovo clima di ritorno all'ordine, dall'antologia del 1919.

Lo spregiudicato corto circuito tra passato e presente che avviene spesso negli scritti d'arte di Soffici trova in El Greco un momento esemplare: l'artista, di cui era in atto in quegli anni una vera e propria riscoperta - come suggerito in mostra dalla grande tela del Musée d'Orsay di Parigi di Ignacio Zuloaga, Ritratto di Maurice Barrès con veduta di Toledo, 1913, Parigi, Musée d'Orsay - viene riproposto come esempio di pittore capace di fuggire dalla “piovra” accademica del Rinascimento italiano (in particolare da Michelangelo e da Raffaello) e di incarnare il ruolo di “precursore” della modernità.

Nel maggio del 1911 Soffici, di ritorno da Parigi, visita la mostra futurista di Milano, di cui nel mese successivo redige una feroce e sarcastica stroncatura: cominciano così i rapporti, controversi, con il gruppo di artisti che si erano raccolti attorno a Marinetti. Nel 1913, con la nascita di “Lacerba”, Soffici e Papini decidono di unirsi “all'unica forza di avanguardia che sia in Italia”: ma la temporanea adesione al Futurismo, da parte di Soffici, risulterà sempre condizionata dalle fondamentali premesse cézanniane e cubiste maturate a Parigi e mai del tutto rinnegate. Lo rivelano chiaramente le opere presentate nella mostra fiorentina di “Lacerba”, organizzata con Ferrante Gonnelli, a partire dal novembre di quell'anno: Ardengo Soffici, Sintesi di un paesaggio autunnale, 1912-13, collezione privata; Carlo Carrà, Ritmi di oggetti, 1911, Milano, Pinacoteca di Brera; Umberto Boccioni, Studio per “Vuoti e pieni di una testa”, 1912, Londra, Estorick Collection, e le scanzonate e dissacranti decorazioni murali ideate per la casa di Papini a Bulciano (Ardengo Soffici, Pannelli decorativi per la “stanza dei manichini” di Bulciano, 1914, Firenze, collezione privata).

Proprio la ricostruzione, mai fino ad oggi tentata, della cosiddetta “stanza dei manichini” di Bulciano costituisce uno dei punti focali più emozionanti e spettacolari di questa mostra.

La parentesi futurista di Soffici lo vide nel 1914 polemizzare con Boccioni, staccarsi dalla cerchia del “marinettismo” e fondare un autonomo gruppo fiorentino, non impedendogli di mantenere le antenne sensibili anche ad altre, antitetiche esperienze figurative: così si spiega, sempre nel 1914, il breve scritto dedicato ai fratelli Savinio e de Chirico, il musicista e il pittore, incrociati a Parigi, dove risulta acutamente evidenziata la prospettiva onirica e antimoderna che caratterizzava la produzione del prossimo capofila della Metafisica.

La prima guerra mondiale costituisce per l'interventista Soffici, partito volontario per il fronte, non solo una lunga parentesi nell'attività artistica, limitata quasi esclusivamente alla realizzazione, in collaborazione con Carrà (di cui esponiamo La carrozzella, 1916, Rovereto, MART) e de Chirico, delle illustrazioni per la “Ghirba” (un giornale di trincea), ma anche una drammatica cesura psicologica e culturale. Dopo la guerra Soffici si presenterà come “un altro uomo”, un intellettuale completamente trasformato: messe da parte le provocazioni delle avanguardie nei loro aspetti più sovversivi, si cerca ora un nuovo punto di partenza, per giungere ad una ricostruzione dei valori e del linguaggio figurativo. E' questo il momento che vedrà l'artista produrre alcuni dei suoi più maturi capolavori, tra cui la sequenza di nature morte realizzate nel 1919 (Ardengo Soffici, Mele e calice di vino, 1919, collezione privata), in contatto con quel nuovo clima culturale che trova nella rivista “Valori Plastici”, fondata da Mario Broglio, la sua più compiuta espressione.

La mostra a cura, come il catalogo edito da Giunti, di Vincenzo Farinella e Nadia Marchioni, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con le Gallerie degli Uffizi, la Galleria delle Statue e delle Pitture degli Uffizi e Firenze Musei.

L'alluvione e gli Uffizi: Immagini dal Gabinetto Fotografico degli Uffizi

Uffizi

4 novembre 2016 - 8 gennaio 2017 | Uffizi - Eventi

mostra alluvioneIn occasione della ricorrenza dei 50 anni dall'alluvione di Firenze, gli Uffizi affidano il ricordo dei disastrosi eventi che interessarono la città di Firenze e i suoi monumenti la notte tra il 3 e il 4 novembre ad una serie di fotografie provenienti dall'Archivio Fotografico delle Gallerie. La mostra illustra anche i primi interventi di salvataggio delle opere.

La mattina del 4 novembre accorsero agli Uffizi la Direttrice Luisa Becherucci, il Soprintendente Ugo Procacci e il Direttore del Gabinetto dei Restauri Umberto Baldini. Assieme al funzionario Giuseppe Marchini e al personale in servizio quella notte, prestarono il primo soccorso ad alcune opere della Galleria, come l'Incoronazione della Vergine di Filippo Lippi, il trittico di San Giovenale di Masaccio, il polittico di Badia di Giotto, che si trovavano nei depositi al piano terra, riuscendo a metterle in salvo.

L'esposizione, in programma dal 4 novembre 2016 all'8 gennaio del 2017, si terrà alla Sala 41 degli Uffizi ed è curata dalla Dott.ssa Matilde Simari in stretta collaborazione con i fotografi ed il personale del Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi (Francesco Del Vecchio, Sergio Garbari, Susi Piovanelli e Graziano Raveggi e Diego Santopietro). 

Comunicato Stampa

La Tutela tricolore - I custodi dell'identità culturale

Aula Magliabechiana - Uffizi

20 dicembre 2016 - 14 febbraio 2017 - Eventi

La-Tutela-tricolore.-I-custodi-dell-identita-culturaleE' tradizione che da oltre un decennio le Gallerie degli Uffizi, in occasione delle festività natalizie, offrano una mostra ai fiorentini e ai visitatori di tutto il mondo. Questi eventi hanno finora costituito la serie che portava il felicissimo titolo "I mai visti", poiché si proponevano opere poco note al grande pubblico, e in genere conservate nei depositi. La sede in cui si svolgeva, le Reali Poste, è stato appena consegnata al cantiere Nuovi Uffizi, per il proseguimento dei lavori nell'ala di ponente del museo.

La mostra del Natale 2016 inaugura invece l'Aula Magliabechiana, che d’ora in poi sarà riservata alle esposizioni temporanee degli Uffizi, ubicata sotto l'omonima Biblioteca.

“L’inaugurazione del primo spazio permanente delle Gallerie degli Uffizi dedicato a questa funzione" - dichiara il Direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike D. Schmidt - "suggerisce un tema importante di riflessione, di carattere fondamentale e storico-istituzionale, sul ruolo che l’arte pubblica riveste per la collettività e sulle strategie specifiche che si sono sviluppate nel sistema italiano, dalla Seconda Guerra mondiale in poi, per la sua protezione e il suo recupero. È un compito delicato, che esige competenze altissime, e che necessita della stretta collaborazione tra il Ministero ai beni e le attività culturali e del turismo e il Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri.”

Nelle circostanze in cui viviamo, e dopo i recenti terremoti, nessun argomento poteva essere più calzante di quello scelto per la mostra di quest’anno: come esprime il suo stesso titolo, La tutela tricolore. I custodi dell’identità culturale essa stimolerà nel pubblico quella riflessione auspicata dal Direttore Eike Schmidt, non solo narrando gli avvenimenti storici che hanno coinvolto e troppo spesso ferito il nostro patrimonio culturale dalla Seconda Guerra mondiale ai nostri giorni, ma anche le azioni legislative e istituzionali che hanno il compito di proteggerlo e custodirlo per le future generazioni. Tra queste la creazione - caso unico al mondo - di un corpo di polizia “specializzato”, il Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri che, in quasi mezzo secolo di attività, ha preso parte attiva nella difesa e recupero dei nostri beni culturali.

Simili iniziative accrescono la consapevolezza di quanto l’identità dell’Italia sia strettamente legata al suo patrimonio di bellezza, frutto delle numerose civiltà che nei secoli sono fiorite sul nostro territorio. “Un bene prezioso che appartiene all’intera umanità e deve essere salvaguardato e trasmesso alle prossime generazioni nella sua integrità. Un compito nobile che l’intero Paese è chiamato ad assolvere, come ben ci ricorda questa mostra” (Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo).

L'esposizione si articola in otto sezioni che renderanno conto dei crimini contro il nostro patrimonio - da quelli di guerra a quelli terroristici, fino ai furti con scopo di lucro e agli scavi clandestini con conseguenti esportazioni illecite (attività quest'ultima legata alle organizzazioni criminali di stampo mafioso e in passato assecondata perfino da istituzioni straniere troppo spesso indifferenti alla provenienza illecita di quanto acquistavano) e dell'opera meritoria del Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri.

Accolta sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, la mostra, diretta e curata da Eike D. Schmidt con Fabrizio Paolucci, Daniela Parenti e Francesca De Luca, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, l'Arma dei Carabinieri, il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, le Gallerie degli Uffizi, Firenze Musei, la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, Open Group, e l'Associazione First Social Life. Il catalogo della mostra è edito da Sillabe.

Prezzo biglietto                        

ingresso gratuito con accesso dalla porta 2

Orario

martedì – domenica ore 10 - 18

Chiuso il lunedì

Servizio didattico per le scuole                           

Visite guidate per le scolaresche solo su prenotazione

Costo di € 3.00 ad alunno.

Info e prenotazioni: Firenze Musei 055/294883

Servizio visite guidate

Info e prenotazioni: Firenze Musei 055/290383

e-mail firenzemusei@operalaboratori.com

Sopravvissuti - Ritratti Memorie Voci

San Pier Scheraggio - Gallerie degli Uffizi

8 marzo - 10 marzo 2017 - Eventi

TOTEM definitivo

Nicolas Froment - Il restauro della Resurrezione di Lazzaro

Uffizi - Sala del Camino

7 marzo - 30 aprile 2017 - Eventi

FromentSi tratta di una delle opere più considerevoli della collezione di pittura straniera delle Gallerie degli Uffizi del XV secolo, oltre che di un' importante testimonianza dell’interesse della committenza italiana per la pittura del nord Europa.

Il trittico illustra la storia di Lazzaro e delle sue sorelle Marta e Maria: nell'anta sinistra, Marta va incontro a Gesù per informarlo della morte del fratello; al centro, Gesù resuscita Lazzaro fra la commozione di Marta, Maria e degli apostoli; nell'anta destra la narrazione si conclude con la Cena in casa del fariseo, dove Maria onora il Salvatore ungendogli i piedi. Sul verso delle ante, il committente del dipinto Francesco Coppini, accompagnato da altri due personaggi non identificati, è effigiato, a destra, mentre prega davanti alla Vergine con il Bambino, raffigurata sull’anta sinistra. In basso, un’iscrizione reca la firma di Nicolas Froment e la data 1461. L'opera è pervenuta alle Gallerie fiorentine dal convento francescano di Bosco ai Frati in Mugello in seguito alle soppressioni degli istituti religiosi di epoca napoleonica.

Fu dipinta da Nicolas Froment, maestro originario della Piccardia del quale rimangono oggi pochissime opere e conosciuto soprattutto per l’attività che almeno dal 1465 svolse in Provenza, dove lavorò anche per il sovrano Renato d’Angiò. Il trittico con la Resurrezione di Lazzaro, l’opera più antica oggi nota di Froment, fu eseguito per un prelato originario di Prato, Francesco Coppini, che dal 1459 al 1462 visse fra Fiandre, Inghilterra e Francia svolgendo incarichi per conto di papa Pio II. Il veristico ritratto presente sul verso dell'anta destra del trittico ci restituisce l’aspetto di questo intraprendente, colto e ambizioso prelato.

Nato a Prato nel 1402, di umili origini, Francesco intraprese la carriera ecclesiastica divenendo un abile giurista e distinguendosi per le capacità diplomatiche. Nominato vescovo di Terni nel 1458, l’anno seguente fu inviato da papa Pio II come collettore delle decime nelle Fiandre e in Francia, per poi trasferirsi in Inghilterra con la missione di pacificare le lotte per la corona fra Lancaster e York. L’appoggio offerto da Coppini a Edoardo IV di York, re dal 1461 dopo aver deposto Enrico VI di Lancaster, fu disapprovato dal papa che richiamò Francesco a Roma e lo privò, nel 1463, della carica di vescovo e dei suoi beni. Il prelato vestì quindi l’abito benedettino e trascorse gli ultimi mesi della sua vita nel monastero romano di San Paolo fuori le Mura, dove morì nel 1464. Non ci è noto quale fosse l’originale destinazione del trittico, che pervenne a Pisa nelle mani di una compagnia mercantile. Dal XVI secolo è documentato nel convento di San Bonaventura di Bosco ai Frati in Mugello, dove giunse forse come dono dei Medici.

«La scelta di Nicolas Froment, un pittore ancora giovane, portatore di un espressionismo a tratti impietoso, ironico, tutto spigoli – un artista che, trasferitosi poco dopo nel sud della Francia, avrà tra i suoi patroni l’intellettuale re Renato d’Angiò – ci parla del gusto “forte” e quasi temerario di Coppini, e solletica la nostra immaginazione su come sarebbe stata quella cappella che il presule probabilmente non vide mai compiuta. La Sala del Camino degli Uffizi, dove è esposto ora in mostra il trittico di Froment, può idealmente sostituire lo spazio raccolto e sicuramente prezioso che il suo committente aveva di certo in mente.» (Eike D. Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi)

Il restauro recentemente concluso ha restituito brillantezza alla cromia squillante della stesura pittorica,  migliorando la leggibilità di particolari minuti e curiosi. E’ stata inoltre accertata l’originalità della maggior parte degli elementi che lo costituiscono secondo caratteristiche costruttive ascrivibili alla tradizione fiamminga.  Realizzato interamente con legno di quercia, è composto da tre pannelli che, prima di essere dipinti, furono alloggiati nelle cornici, incastrati nell’incavo ricavato nello spessore. I trafori in legno dorato della tavola centrale, simili alle arcate di una cattedrale gotica, furono invece applicati dopo la stesura pittorica. Il perimetro del pannello centrale è stato alterato nel corso di un vecchio restauro e le cerniere che collegano le ante laterali non sono originali, come pure il meccanismo di chiusura degli sportelli.

Prima di procedere con la pittura, sulle tavole erano stati stesi due strati di preparazione, il primo a base di carbonato di calcio e il secondo con bianco di piombo. La riflettografia, di cui in mostra si proiettano le immagini,  ha rivelato l’esistenza di un disegno preparatorio realizzato in gran parte a mano libera.

Il legante della stesura pittorica di tipo oleoso  e tra i pigmenti adoperati figurano il carminio e la lacca di robbia per i toni di rosso, il resinato di rame per il verde e l’indaco, presente nella delicata ombreggiatura delle nicchie che accolgono la Vergine col Bambino e il committente nel verso delle ante.

In occasione della conclusione e presentazione del restauro del trittico Daniela Parenti ha curato il volume Il restauro del trittico con la Resurrezione di Lazzaro di Nicolas Froment, edito da Silvana Editoriale

Plautilla Nelli. Arte e devozione in convento sulle orme di Savonarola

Uffizi

9 marzo - 4 giugno 2017 - Eventi

Saint-Catherine-with-a-Lily-restored-La figura di Plautilla Nelli (Firenze 1524-1588), la “prima pittrice fiorentina” le cui opere ai tempi di Giorgio Vasari erano disseminate nei conventi e nelle dimore dei gentiluomini fiorentini, è stata investita dall’impulso dei nuovi studi.  Per tale motivo le Gallerie degli Uffizi hanno voluto inaugurare la serie di mostre dedicate alle donne artista con una monografica sulla suora pittrice.

Entrata a quattordici anni nel convento domenicano di Santa Caterina in Cafaggio - a Firenze, in piazza San Marco -, Plautilla, imbevuta della mistica savonaroliana, fu interprete appassionata della poetica figurativa ispirata al magistero di Girolamo Savonarola nel campo delle arti e al nuovo modello disciplinato di santità femminile della riforma tridentina.

Nel monastero fiorentino ricoprì la carica di priora e fu a capo di una fiorente bottega artistica grazie alla quale numerose consorelle sue discepole contribuirono alla diffusione di immagini sacre, avvalendosi di una tecnica pittorica da vere professioniste. Intesa come parte integrante del lavoro quotidiano delle suore e approvato come regola di tutte le terziarie domenicane, la creazione di immagini sacre era valutata essenzialmente per la loro efficacia devozionale e non certo dal punto di vista dell’originalità dello stile o della composizione. Il gusto “conservatore” nel campo artistico delle suore - e di Plautilla Nelli in particolare - rifletteva la scala dei valori maggiormente stimati, tra cui al sommo grado quelli che rappresentavano la continuità della illustre tradizione artistica domenicana.

L’attività artistica del convento di Santa Caterina in Cafaggio fu destinata a soddisfare principalmente la richiesta del mercato dei “parenti e clienti”, ovvero di coloro i quali erano legati alla vasta rete dei conventi toscani dell’Ordine dei Predicatori. La richiesta era diffusa a tal segno da implicare la serialità, come nel caso dei quattro dipinti raffiguranti l’immagine di una santa domenicana ritratta di profilo che costituiscono il fulcro di tutta la mostra.

La vendita di tali opere divenne poi fondamentale per la vita del convento di Santa Caterina all’indomani della riforma dei monasteri femminili emanata dai decreti tridentini (1566), riforma che sanciva la proibizione di ricercare beneficenze fuori delle mura conventuali.

Le modifiche apportate alle iscrizioni che riportano il nome di santa Caterina da Siena distinguibili nella serie dei quattro dipinti tramandano il nome di “un’altra Caterina”: suor Caterina de’ Ricci, coetanea di Plautilla e anch’ella fervente savonaroliana, suggerendo la possibilità che in tali ritratti la Nelli volesse rappresentare la “monaca santa” di Prato, uguagliandola alla santa senese.

Finalmente è giunto il tempo che a Plautilla si dedichi una mostra, il tempo di riscattare la sua memoria storica e le sue opere d’arte spesso, ingiustamente, assegnate a uomini artisti: una mostra questa di Plautilla che apre la serie delle iniziative che le Gallerie degli Uffizi hanno in programma di realizzare ogni anno dedicate all’altra metà del cielo, alle donne che seppero distinguersi anche nel campo delle arti.

La mostra a cura, come il catalogo edito da Sillabe, di Fausta Navarro, è promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo con le Gallerie degli Uffizi e Firenze Musei, ed è stata realizzata con il generoso contributo di Advancing Women Artists Foundation e con la collaborazione del Museo del Tessuto di Prato.

Il catalogo Plautilla Nelli. Arte e devozione in convento sulle orme di Savonarola e l'omonimo breve video documentario in mostra sono stati infatti realizzati con il contributo della Advancing Women Artists Foundation, che ha anche finanziato il restauro di 5 opere e 2 manoscritti esposti, alcuni dei quali sono di nuova attribuzione.

La fondazione statunitense (www.advancingwomenartists.org), operativa a Firenze dal 2006, si dedica al restauro e all’esibizione dell’arte al femminile conservata nei musei e nelle chiese della città. Nell’ultima decade ha restaurato 21 opere di Plautilla Nelli, contribuendo notevolmente alla riscoperta dell’artista e diffondendo la sua storia a Firenze e in tutto il mondo.

“Pochi sanno che da ben più di cinque secoli Firenze è un vero e proprio centro per l'arte al femminile” spiega Jane Fortune, fondatore e presidente di AWA. “Le opere di artiste donne che abbiamo ritracciato e censito nei musei e chiese di Firenze sono più di 2.000. Sono una parte ‘invisibile’ della storia dell’arte, che necessita di essere restituita al pubblico. Plautilla Nelli ha aperto la strada ad altre donne della sua epoca e ha goduto di un successo senza precedenti. È l'ispirazione il vero stimolo della nostra missione: dare voce alle donne artiste del passato. Grazie a questa mostra, Nelli non sarà più tra le artiste ‘invisibili’”.

«Con la mostra dedicata a Plautilla Nelli non vengono soltanto posti i riflettori su una protagonista della pittura fiorentina del Cinquecento e della riforma e spiritualità savonaroliana» afferma Eike D. Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi, «ma, insieme alla monografica dedicata a Maria Lassnig instituiremo per gli anni a venire una serie di esposizioni dedicate alle donne artiste.»